Tutte le vie della disinformazione

Come in tutte le guerre, anche i conflitti succedutisi nei Balcani hanno visto il predominio della propaganda di parte e della disinformazione mirata: alcuni casi particolari per capirne i meccanismi.

di Vojko Bratina


Le ragioni della tragedia del conflitto nei Balcani, cui abbiamo assistito impotenti in questo decennio, sono state a lungo incomprese dal mondo occidentale, privo com'era di una serie di strumenti di analisi indispensabili per un'attenta lettura dell'instabilità che si andava profilando in quella regione d'Europa sin dai primi anni Ottanta. Vi sono state così ricostruzioni anche contraddittorie della storia dei popoli della ex-Jugoslavia da parte di alcuni autorevoli storici e analisti politici occidentali, trovatisi spesso in contrasto tra loro. Tutti hanno dovuto però convenire su un fatto: in nessun' altra guerra sono stati raggiunti simili livelli di disinformazione, che in taluni casi ha avuto un'importanza politica decisiva. L'azione comunicativa, sia essa mirata ad informare sul reale svolgimento dei fatti o a travisarli, è stata una componente fondamentale di qualsiasi operazione militare e in ciascuno degli scenari del conflitto balcanico (Croazia, Bosnia o Kosovo) si è assistito a una disinformazione per così dire multidirezionale.

Innanzitutto vi è stata la disinformazione organizzata dalle parti in conflitto nei confronti delle popolazioni locali.

Il Presidente bosniaco Izetbegovic

Bisognava infatti convincere la gente a considerare il proprio vicino di casa, l'uomo della porta accanto, come il nemico da combattere. Il Presidente bosniaco Izetbegovic nel marzo del '94 ammoniva a tal fine che «una convivenza multinazionale è una cosa bellissima, ma è una bugia. Non possiamo truffare il nostro popolo o mentire all'opinione pubblica. Il soldato che combatte non muore per una convivenza».

Zeri i kosoves (La voce del Kosovo), bollettino ufficiale dell'Uck

I vari organi di informazione, dalla televisione di stato serba al bollettino ufficiale dell'Uck, "Zeri i kosoves" (La voce del Kosovo), stampato in Svizzera, hanno avviato un processo di demonizzazione dell'etnia altrui, mistificando spesso fatti storici e politici. Riprova di tutto questo si è avuta anche nella semplice quotidianità.

Durante l'assedio di Sarajevo, per esempio, l'Unicef cercò di far trasmettere dalle emittenti serbo-bosniache e croato-bosniache delle trasmissioni radiofoniche realizzate da una redazione multietnica di bambini di una emittente libera di Sarajevo. La parte serba e quella croata rifiutarono, forse anche perché temevano di umanizzare i rispettivi contendenti. Il nemico viene infatti combattuto se esso viene presentato come un mostro, non come un essere umano, quale in realtà è.

Un'altra importante direzione presa dalla disinformazione è stata quella della grande stampa e dei grandi network internazionali, sin dall'inizio schieratisi sul fronte antiserbo, per tutta una serie di ragioni. Innanzitutto l'orgoglio nazionale del popolo serbo, poco incline per natura ad autocommiserarsi e a lamentarsi presso altri delle proprie disgrazie e quindi non suscettibile di atteggiamento pietoso da parte di terzi. Non va poi sottovalutato il fatto che sin dal 1991 i governi di Zagabria e Sarajevo, nonché gli albanesi del Kosovo, diedero compito a un'agenzia di pubbliche relazioni americana, la Ruder Finn, di proteggere e incentivare la loro immagine e di orientare le opinioni pubbliche occidentali in loro favore. È significativo ricordare come la stessa compagnia si fosse inizialmente presentata a Belgrado, offrendo i propri servizi. Solo dopo aver ricevuto un rifiuto da parte serba, decise di accettare la proposte della parte avversa. Viste le indubbie capacità dimostrate da parte della Ruder Finn nello svolgere il compito a lei assegnato, non è ardito ritenere che molto probabilmente l'intero corso della guerra e delle trattative diplomatiche sarebbe stato differente, qualora Belgrado avesse deciso diversamente riguardo la stessa Ruder Finn.

In dieci anni di ostilità, vi sono state numerose occasioni in cui i mass media si sono bevuti la disinformazione pilotata. L'attribuzione ai serbi di massacri compiuti da croati e musulmani è stato un classico della guerra in Bosnia. La Cnn trasmise più di un servizio sui massacri di musulmani, con tanto di cadaveri, rivelatisi poi serbi. Nello stesso errore incorse "Newsweek" nel gennaio '93 quando pubblicò la foto di corpi senza vita, con la didascalia: «Non c'è la possibilità di fermare le atrocità serbe in Bosnia?» Successivamente quei cadaveri si rivelarono serbi.

Sarebbe comunque errato pensare che la disinformazione propugnata della stampa internazionale sia stata esclusivamente di marca antiserba. Forse anche perché si sentivano in colpa per aver tenuto un tale atteggiamento, molte redazioni pubblicarono senza ripensamenti la famosa foto del mujahidin che teneva la testa decapitata di un guerrigliero serbo, più preoccupate dal fatto se potesse essere accettata dai lettori che di verificare se fosse vera o piuttosto un fotomontaggio, come si rivelò in un successivo momento.

Durante l'assedio di Sarajevo molti giornalisti hanno finito per identificarsi con la causa bosniaca, condividendo la stessa sorte della popolazione assediata. Sin dallo sbarco nella capitale bosniaca venivano caricati su una jeep e una volta indossato il giubbotto antiproiettile dovevano attraversare a 140 all'ora la "Sniper Road", il vialone usato dai cecchini serbi per il tiro al bersaglio con i passanti.

I cecchini presidiano le strade di Sarajevo durante l'assedio.

In quel momento ogni giornalista diventava un tiro al bersaglio esattamente come un abitante della città, ragion per cui non poteva che essere partecipe della tragedia della popolazione civile sotto la minaccia costante delle granate o dei proiettili serbi, a difesa dei principi della convivenza contro lo stato etnico.
I giornalisti al seguito dell'assedio di Sarajevo finirono per diventare tutti filobosniaci, rifiutandosi di essere considerati solo dei terminali virtuali di conferenze stampa, in cui venivano sommersi da comunicati che non trovavano riscontro nella realtà che vedevano e vivevano quotidianamente. Spesso si sono però lasciati trasportare dalla situazione, non risparmiando talvolta bugie a fin di bene, come da molti successivamente ammesso, pilotando a loro volta la disinformazione.

Non sono mancati poi casi in cui certi organi di informazione hanno dimostrato particolari inclinazioni geopolitiche, mosse da ragioni di convenienza, come è stato possibile verificare anche in Italia. Si può così spiegare ad esempio l'atteggiamento che i giornali del gruppo Fiat hanno tenuto nei confronti della Croazia, viste le aspettative di business che si aprivano con il regime di Zagabria.

Alcuni personaggi politici si sono sforzati di mostrare una certa affinità con la condanna dei serbi pronunciata da varie organizzazione cattoliche, per acchiappare il voto cattolico alla vigilia di importanti appuntamenti elettorali. Altri ancora, sempre per fini elettorali, hanno inizialmente tenuto un atteggiamento tollerante nei confronti di Belgrado, perché ciò significava contrapporsi ai governi di Lubiana e Zagabria, nei confronti dei quali volevano apparire intransigenti su questioni come il contenzioso riguardante la restituzione dei beni abbandonati dagli italiani dopo la seconda guerra mondiale e nazionalizzati dalla Jugoslavia di Tito. Gli organi di informazione che facevano riferimento a questa o a quella fazione politica si schierarono di conseguenza. Quegli stessi politici che allora simpatizzavano per Milosevic, sono oggi tra i più ferrei sostenitori degli attacchi Nato contro la Jugoslavia.

A volte si è poi assistito a una disinformazione mirata al conseguimento di particolari fini strategico-politici. Durante la guerra in Bosnia, responsabili dell'esercito serbo come il generale Mladic, o di bande paramilitari come Arkan (che negli anni Ottanta, da buon capo dei tifosi ultras della Stella Rossa di Belgrado, organizzava la guerriglia in occasione delle trasferte a Zagabria), hanno fatto di tutto per demonizzare consapevolmente se stessi. I serbi hanno avuto interesse ad apparire spietati, in modo che la paura diffusa dalla stampa facesse scappare le popolazioni civili prima ancora del loro arrivo, aiutandoli così a realizzare la pulizia etnica senza spargimento di sangue.

Sovente si è cercato di esagerare le dimensioni della tragedia per impressionare l'opinione pubblica e spingerla a premere per un intervento. È stato questo il caso delle stragi del mercato di Sarajevo, da subito attribuite ai serbi, mentre in un secondo momento non si escluse potesse anche essere stata ordinata dai musulmani per porre il problema dell'assedio di Sarajevo all'attenzione del mondo.

Strage del mercato di Sarajevo

Successivamente alla prima strage del mercato di Sarajevo del 6 febbraio 1994, la Nato minacciò i serbi, appostati sulle colline attorno alla città, di bombardarli se non avessero allentato l'assedio alla capitale bosniaca. Un anno dopo, a fine agosto 1995, una seconda strage indusse la Nato a colpire le postazioni serbe sul monte Igman, sulla Jahorina e sulla Bjelasnica, le montagne attorno alla capitale bosniaca teatro delle gare di sci alpino alle Olimpiadi invernali del 1984, ponendo così fine all'assedio.

Quello che la strage al mercato del '95 ha rappresentato per la Bosnia, la recente strage di Racak ha rappresentato per il Kosovo. I kosovari albanesi hanno accusato del massacro di decine di civili i serbi, i quali hanno però ribadito che si è trattato in realtà di una messa in scena per attirare l'attenzione dell'opinione pubblica occidentale. Difficile dare ragione a una parte o all'altra parte, visto che la commissione finlandese incaricata dell'inchiesta internazionale non è stata in grado di risalire agli uccisori. Fatto sta che in conseguenza della strage, il Gruppo di contatto ha deciso di imporre a serbi e albanesi il negoziato di Rambouillet.

Racak e il mercato di Sarajevo sono due casi emblematici di come la comunità internazionale abbia potuto usare la repressione nei confronti di Belgrado sull'onda dello sdegno dell'opinione pubblica suscitato da queste stragi, senza accertarsi accuratamente dei fatti.

Se la propaganda anti-serba ha avuto un effetto particolare sull'opinione pubblica mondiale, va però riconosciuto che quella serba non è stata affatto più debole: ha funzionato con i governi e le grandi istituzioni internazionali. Durante la guerra in Bosnia le Nazioni Unite e il Gruppo di contatto di fatto stavano dalla parte dei serbi e l'Unprofor non ha fatto che accettare gli ultimatum serbi giorno dopo giorno. Per anni i governi occidentali hanno creduto alle parole di Milosevic, quando sosteneva di poter convincere facilmente i serbi di Pale a firmare il piano Vance-Owen, che avrebbe potuto forse evitare la guerra in Bosnia, mentre Milosevic sapeva benissimo che ciò non sarebbe successo. Oppure ancora quando, subito dopo la seconda strage del mercato, convinse i serbo-bosniaci a cessare il fuoco, dopo aver a lungo negato di poterlo fare.

Gli accordi di Dayton, testo integrale

Anche gli accordi di Dayton, che hanno messo fine alla guerra in Bosnia, sono stati possibili grazie all'intesa tra Milosevic e Holbrooke.

La ratifica dei trattati di Dayton

I mediatori internazionali si sono sempre trovati nella condizione di accettare l'opinione di Belgrado in merito alla guerra e il governo serbo ha saputo sfruttare a proprio piacimento l'arma della disinformazione su fatti, scenari e strategie nei confronti dei governi e delle istituzioni occidentali.
La barriera linguistico-culturale tra il mondo slavo e quello occidentale ha forse giocato un ruolo decisivo. Mentre vi sono stati pochi studiosi e diplomatici occidentali che si siano cimentati con lo studio della lingua, storia e letteratura serba, al contrario molti intellettuali e diplomatici jugoslavi, anche al tempo di Tito, hanno potuto imparare a conoscere la lingua e le tradizioni dei popoli occidentali. Lo stesso Milosevic ha studiato negli Stati Uniti, tanto che con il suo inglese rassicurante deve essere spesso riuscito a mettere a proprio agio gli interlocutori internazionali, costretti a fidarsi della versione ufficiale del governo di Belgrado, essendo sprovvisti di ulteriori strumenti di indagine e analisi, cui si accennava all'inizio, anche a causa della barriera linguistica che li separava dal mondo con cui dovevano interagire.

I diversi meccanismi di disinformazione intervenuti nel corso dei vari conflitti che si sono succeduti nei Balcani (Croazia, Bosnia, Kosovo) non sembrano riconducibili a un unico disegno, il che ha contribuito a confondere ulteriormente le idee al destinatario della notizia. Le troppe sfumature che emergono dal calderone balcanico, finiscono per spiazzare chi si vuole avvicinare con troppa superficialità alla questione della guerra nella ex-Jugoslavia, senza un minimo di riflessione su fatti e contenuti, cosa del resto difficile per via della inevitabile barriera linguistica e culturale tra mondo slavo e mondo occidentale.


Link consigliati:

Zeri i kosoves (La voce del Kosovo), bollettino ufficiale dell'Uck

La TV di Belgrado

Propaganda Analysis Home Page (in inglese)

Troppo spesso il mondo dell'informazione pretende di realizzare un prodotto confezionato e insindacabile, che il consumatore deve accettare passivamente senza il beneficio del dubbio e senza cercare di riflettere su quello che gli viene raccontato. Nel caso della guerra nei Balcani, questa pretesa si è rivelata fallimentare e troppo spesso, forse senza neppure rendersene conto, l'informazione si è trasformata in propaganda, per l'una o per l'altra parte.

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