
Giornale del Master in Comunicazione della Scienza - Sissa - Trieste
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E l'Europa inciampò I giornali di tutta Europa hanno attribuito soprattutto a lei, la signora Edith Cresson, ex primo ministro di Francia, e al suo dentista, René Bertholet, la responsabilità della prima caduta rovinosa del governo dell'Unione. Madame Cresson, 65 anni ben portati, anche se con un pizzico di antipatica alterigia, era Commissario europeo con delega alla Ricerca scientifica.
La sua colpa è stata quella di aver nominato a coordinatore della ricerca europea sull'Aids il signor Bertholet, odontoiatra nel paesino di Châtellereau. Bertholet non aveva alcun titolo particolare per meritare quella carica scientifica, peraltro ben remunerata, se non quello di curare da molti anni i denti della signora (che tra l'altro è sindaco a Châtellereau). E così la scienza si è ritrovata al centro del primo, grande scandalo politico dell'Unione Europea. Del tutto inopinatamente. Nessuno, infatti, ha messo in discussione la politica scientifica della Commissione di Bruxelles. Ma, diciamo noi, emblematicamente. Perché proprio la politica della scienza e della innovazione tecnologica è uno di quei due o tre pilastri fondanti che ancora mancano per rendere davvero solida la costruzione dell'Unione Europea. La ricerca scientifica (soprattutto applicata) e tecnologica ha il suo peso nel bilancio complessivo del governo europeo. La Commissione spende in progetti scientifici e/o tecnologici oltre il 4% del suo budget annuale. Non è poco. Infatti molti ricercatori, in Italia e negli altri undici paesi dell'Unione, possono lavorare, talvolta quasi esclusivamente, grazie ai fondi europei. Malgrado il comportamento personale di Madame Cresson, censurabile e censurato, non è alla Commissione di Bruxelles che bisogna guardare, se si vogliono trovare le cause della debolezza della politica scientifica. Ma è nelle politiche scientifiche dei singoli paesi dell'Unione e nella loro somma. L'Europa è il continente che ha "inventato" la scienza. Ha una salda tradizione. E ancora oggi divide con gli Stati Uniti la partnership nella ricerca mondiale di base. Meno brillante, invece, è l'Europa nel campo della innovazione tecnologica. Le aziende del nostro continente hanno una certa difficoltà a competere con le concorrenti giapponesi e, soprattutto, americane in alcuni settori dell'alta tecnologia. Compresi quelli, considerati decisivi, dell'informatica e delle biotecnologie. Tanto che qualcuno ha parlato dell'Europa come di una «colonia tecnologica». Tra le cause di questa difficoltà a «innovare» c'è, con ogni probabilità, un fattore quantitativo. I dodici paesi dell'Unione investono, in media, il 2% della loro ricchezza in ricerca scientifica e sviluppo tecnologico. Contro il 2,7% degli Stati Uniti e il 2,9% del Giappone. Ma, forse, c'è anche un altro fattore, più qualitativo, in grado di spiegare il ritardo tecnologico dell'Europa. Ed è il fattore «gelosia». I dodici paesi dell'Unione, malgrado significative eccezioni, continuano a coltivare una politica sostanzialmente «nazionale» alla ricerca scientifica e tecnologica. La frammentazione delle politiche di ricerca non ha, forse, un grande impatto sulla ricerca scientifica di base dell'Europa. Ma, certo, frena lo sviluppo della innovazione tecnologica. Non fosse altro perchè impedisce la definizione di linee strategiche chiare e coerenti almeno quanto quelle in dotazione a Stati Uniti e Giappone. Insomma, il successore di Madame Cresson dovrà,
certo, tenere a bada il suo dentista meglio di quanto sia
riuscita a fare la vulcanica signora francese. Ma
dovrà, soprattutto, riuscire a integrare le
«gelose» politiche dei dodici stati membri
dell'Unione. Per competere nell'era dell'economia globale
l'Europa, infatti, non ha bisogno solo di una moneta comune.
Ma anche di una politica comune della ricerca
scientifica. |
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1998 |