Non lasciamoci influenzare

A Palermo, una lettera aperta di medici e giornalisti ai media ripropone il problema di una corretta informazione medico-scientifica.

di Ileana Zagaglia


"Allo Zen ci sono molte famiglie 'a rischio sociale' e queste, abituate al dolore, all'abbandono da parte di tutti e alle difficoltà, non tollerano l'idea di 'trascurare' i loro bambini con la tosse o con il nasino chiuso o la febbre ché 'possono morire, l'ho sentito alla televisione'. E giù a non mandarli a scuola (loro che hanno già tanti problemi di abbandono scolastico), a portarli ogni giorno in ambulatorio 'per controllarli', o al pronto soccorso che sembra 'un supermercato' o a ricoverarli inutilmente. E confesso di non aver mai trascorso tanto tempo in ambulatorio e di non aver mai fatto tante visite domiciliari per spiegare e cercare di far capire alle persone quel poco che so.  Mi sembra proprio necessario fare un po' di educazione sanitaria...".

E' questo uno dei 200 messaggi che sono arrivati in questi giorni per sottoscrivere la lettera aperta inviata ai media su iniziativa comune di alcuni medici e giornalisti di Palermo. All'origine dell' iniziativa il caso dell'influenza-killer, quella che - secondo quanto pubblicato da quotidiani locali e nazionali - nel giro di pochi giorni avrebbe causato a metà febbraio la morte di cinque bambini tra Palermo, Catania e Torino (ma le cronache locali riferiscono di altri casi in giro per l'Italia).

A catturare l'attenzione della stampa sono stati soprattutto i decessi di Nicolò, Matteo e Marianna, avvenuti in Sicilia tra il 13 e il 16 febbraio - due dei quali nello stesso ospedale e a distanza di poche ore. Immediata la "diagnosi" dei giornali: "Influenza, morti tre bambini"; "Influenza-killer, boom di ricoveri nei reparti di pediatria della città". Salvo che nel corpo degli articoli si leggeva che i risultati degli accertamenti ordinati dalla magistratura sarebbero stati disponibili solo dopo quindici giorni. Un giornale siciliano del 19 febbraio titolava: "Influenza killer. Osimo: bimba fulminata da una grave tonsillite". Ma in apertura del pezzo si leggeva: "E' morta per un'epiglottite, una faringo-tonsillite con un'infiammazione grave delle prime vie aeree, non direttamente collegabile ad una sindrome influenzale...".

Link consigliati:

Associazione culturale pediatri

 

Per alcuni giorni il clima è quello di una caccia al morto da influenza. Poi il silenzio, fino a quando il 21 febbraio un nuovo caso a Torino non riporta agli onori della cronaca l'argomento e fino a quando "Il Giornale di Sicilia" e "la Repubblica" non pubblicano un dettagliato resoconto del documento palermitano, altrimenti destinato a restare un semplice lancio Ansa. Il documento ha come dichiarato obiettivo quello di promuovere una conferenza su Informazione e Sanità, per riflettere sui vari aspetti di una situazione che potrebbe avere pesanti ricadute sul rapporto tra medico e paziente. Salvo Fedele, pediatra palermitano tra i principali promotori del documento, teme infatti che a episodi di questo genere seguano nel tempo sfiducia e diffidenza.

Quali siano gli effetti di un'informazione medico-scientifica superficiale, quando non apertamente scorretta, è drammaticamente evidente nel messaggio del pediatra che si trova ad operare in una realtà difficile come quella dello Zen, quartiere degradato di Palermo. In ballo ci sono la responsabilità dei giornalisti, la scarsa educazione sanitaria di persone che si ritrovano in mano giornali dai titoli sensazionalistici o che vengono rassicurate dall'intervento del luminare che minimizza ma suggerisce poi di tenere i figli a casa se a scuola ci sono bambini malati, la difficoltà dei medici di accedere a informazioni obiettive. In queste condizioni come non prevedere ansia e allarme e che, naturalmente, gli ospedali sarebbero stati presi d'assalto?

Purtroppo la questione non è nuova: il rapporto tra informazione medica e opinione pubblica è già stata oggetto di discussione - da Di Bella ai vaccini obbligatori per la prima infanzia, tanto per citare due casi recenti. Anche in passato erano stati stilati documenti che a gran voce richiedevano all'informazione scientifica, e in particolar modo a quella medica, completezza, equilibrio, obiettività e competenza.

Questa volta, però, è evidente il tentativo di aprire un dialogo tra la redazione del giornale e il medico, la volontà di operare i dovuti distinguo, riconoscendo in prima battuta non solo che "la notizia ha avuto più fretta della verità" , ma anche che i medici non hanno saputo essere all'altezza della situazione, rilasciando affermazioni equivoche o non smentendo con tempestività quelle a loro indebitamente attribuite. In Italia la questione dei rapporti tra medici e informazione è oggetto di ben scarsa considerazione.

Non così all'estero, dove tra l'altro esiste un codice deontologico severo e dove la legislazione prevede serie sanzioni per la diffusione di notizie non controllate. L'American Academy of Pediatrics (Aap), la principale associazione pediatrica americana, stabilisce ad esempio tra i suoi compiti precipui quello di servire come fonte principale di informazioni sanitario-pediatriche per le altre organizzazioni e per il governo. L'Aap pubblica inoltre, periodicamente, articoli concepiti come linee guida del rapporto tra medico e mass media. Ancora all'Aap si collega Media Alert, che si propone di "vigilare" sulle informazioni veicolate dai media (proprio in questi giorni al via anche in Italia il lancio di un'iniziativa analoga dalle pagine del sito dell'Associazione culturale pediatri). Una efficace testimonianza del livello di sensibilità al problema è rappresentata, ad esempio, dalle valutazioni espresse dall'Aap sull'episodio di un serial televisivo in cui era raccontata la morte di un lattante per "sindrome da insufficienza di latte".

L'Aap dalla pagina del proprio sito dedicata a Media Alert ha tenuto a precisare che, per quanto si trattasse di una storia adatta a una fiction, tuttavia essa non rifletteva l'esperienza tipica dell'allattamento nella maggioranza dei casi, essendo quella descritta una patologia rara. L'intervento era inoltre corredato da una serie di  precise indicazioni sulla vita e sull'alimentazione del lattante nei primi mesi di vita.

In Italia la situazione è ben diversa: "In massa gli esperti vanno sotto i riflettori", recita testualmente il documento stilato a Palermo, "per spiegare il da fare di fronte all'influenza. Con ingenuità, in cambio di un po' di notorietà, cadono nel tranello della gabbia della notizia: l'influenza che uccide. C'è chi dà le colpe della gravità dell'influenza-killer alle vaccinazioni che debilitano il sistema immunitario (un illustre immunologo universitario), chi all'alimentazione (un pediatra di fama), chi sconsiglia di portare i bambini a scuola...".

Non esiste dunque un referente scientifico che si proponga e venga riconosciuto come tale. Ci si trova così a leggere di una morte attribuita all'influenza, come nel caso del bambino di Catania, quando era già noto che il decesso era avvenuto per bronchiolite. Allo stesso modo, si è imprudentemente parlato di influenza-killer senza attendere i necessari riscontri diagnostici. In questi casi, poi, a poco serve correggere il tiro o pubblicare rettifiche.

Occorre, dunque, che medici e giornalisti inizino a discutere e a riconoscere gli errori commessi, traendone i necessari insegnamenti. Tutti hanno bisogno di cambiare il modo di fare informazione medica. Senza l'illusione che il cambiamento possa avvenire in tempi brevi. L'appuntamento di Palermo potrebbe rappresentare il primo importante passo in tale direzione.

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